Il blog va in vacanza.
chiunque fosse interessato ai miei corsi autunnali e a notizie circa la lettura ad alta voce può guardare qui:
Il blog va in vacanza.
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Giovanni Raboni
Mi chiedi “cosa ti piace di me, cosa
più del resto”. Una volta, per ridere,
ho detto il cappellino. Però pensando
la schiena, le ginocchia: e al labbro di sopra che quasi
non tocca quello di sotto: e come
s’impenna liquido, scatta il tuo profilo.
Ma ancora di più la faccia che non sai d’avere
dopo aver fatto l’amore, netta per saliva e sudore,
a una calma che c’era rifiorita.
No, non pensarci Drogo, adesso basta tormentarsi, il più ormai è stato fatto. Anche se ti assaliranno i dolori, anche se non ci saranno più le musiche a consolarti e invece di questa bellissima notte verranno nebbie fetide, il conto tornerà lo stesso. Il più è stato fatto, non ti possono più defraudare.
La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.
Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero: Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è lei che è entrata, con passo silenzioso e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una bravissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
Il deserto dei Tartari- D.Buzzati
Dino Campana
Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane
« E ora fate ordine! » disse il custode; e il digiuna-
tore fu sotterrato insieme alla paglia. Nella gabbia fu
messa poi una giovane pantera. E vedere nella gab-
bia sì a lungo deserta dimenarsi quella fiera fu un sol-
lievo per tutti, anche per gli spettatori più ottusi.
Non le mancava nulla. Il cibo, che le piaceva, glielo
portavano senza tante storie i guardiani; non sembra-
va neppure che la belva rimpiangesse la libertà; quel
nobile corpo, perfetto e teso in ogni parte sin quasi
a scoppiarne, pareva portar con se anche la libertà;
sembrava celarsi in qualche punto della dentatura; e
la gioia di vivere emanava con tanta forza dalle fauci,
che agli spettatori non era facile resistervi.
Ma si dominavano, circondavano la gabbia e non volevano saperne
di andar via.
Metamorfosi- Kafka
D.Buzzati
la voce….Ho bisogno di vederti
tutti i giorni vita mia.
Ho bisogno di sentire
quella dolce melodia
quella musica oppiata
che m’inebria e che mi nuoce
quella musica drogata
che mi piace…la tua voce.
Totò
André Gide
‘A voce,
pe’ quanta quequera, abbrucata,
squillante, acuta, aveta o vascia:
‘a voce,
lenta o frettella, sciuliarella o ndruppecosa
cavera e pure ‘nu tantillo freddigliosa;
‘a voce,
zompa e vola e s’appoja dint’a ll’ aria
comm’a ‘nu cardillo ‘nnammurato a morte;
‘a voce,
nasce ‘mpietto e vene, nun te scurdà,
sempe ‘a nfunn’o mare,
‘a voce,
mò è gelusia, mò è odio, mò è pecundria,
e mò, alleria e ammore;
‘a voce,
tene ddoje belli scelle, guardala, comme vola,
ma, ‘a surgente, ‘o rispiro ca scioscia,
saglie ‘a llà:
saglie currenno comm’a nu criature,
saglie ‘a dint’o core ‘a voce.
‘’Lu panaru ti la terra mia’’
Cala abbasciu lu panaru
e tirulu cu ‘nu ‘mbili ti l’acquaru .
Cala lu panaru vacanti
e tirulu cu aulii e uegghiu ti li santi.
Cala prestu lu panaru tua
e tirulu chinu ti mieru ti la megghiu ua.
Calalu, ci lu vuei chinu
Ti nu saccu ti farina ti lu mulinu.
Calalu e tirulu ,fucendu fucendu , e ‘così sia ‘
e ‘nci truevi pani ,amori e fantasia.
Quisti so cosi ca no ponnu spittari.
GIORGIO CAPRONI (1912-1990)
Atque in perpetuum, frater…
Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.
Cosa mi ha accolto?
Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio – il nero
della tua fossa.
Ho anch’io
detto le mie preghiere
di rito.
Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.
«Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto ( … ) i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo,»
(in Acculturazione e acculturazione, sul Corriere della sera del 9 dicembre 1973),
P.P. Pasolini
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
G. Ungaretti
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
G. Pascoli
da NOTTURNO IN TRAM A BERLINO
di
Nazim Hikmet
Berlino, ottobre 1961
La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti
e quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci
ciascuno cammina solo ma siamo l’uno a fianco dell’altro
che cosa non avremmo dato gli uni e gli altri per non sentire
il rumore dei passi gli uni degli altri
dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo gli uni contro
gli altri ma ci amiamo perchè non crediamo gli uni negli altri
che cosa non avremmo dato per arrivare a un incrocio e infilare presto
quattro strade diverse ma non so se uno di noi morisse se quelli che restano sarebbero contenti
la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti e
quattro camminiamo fianco a fianco
Andar via.
Rimanere, morire. Morire?
Chi di me, chi di te, chi di voi?
Si muore, nello scivola la corrente.
Si muore chi di noi tutti.
Decidere. Decidere?
Sospendersi nei passi del sole la notte.
Decidere l’incolmabile, reiterare l’anima nell’abisso.
L’accaduto di adesso storia di archi e colonne, la storia.
Il pane, le scarpe, i geloni, le suole lisce, il buco al centro,
Alberto, Teresa o un altro nome, il nero nel muro, latte e coperte,
e il soffitto basso, ballando i lenti senza guardare le stelle.
Il cuscino e le lenzuola.
Il bacio della buonanotte mai dato nella scatola dell’innocenza.
Una chiandella e una sciammeria, sarebbe a dire una toccata e fuga,
rubata alla confusione, all’ammuina, al silenzio cantatore, al tradimento
del sangue che sbatte, all’amore solo come gelosia, alla nostalgia di niente.
Morire.
Morire? Vivere.
Rubare senza rubare. Vivere?
E’ questo, forse, morire.
La luce svestita di orpelli di rughe; discinta, lasciva.
La pioggia sgrava acquerelli forti.
La vita altoforno a grappoli;
e sorbole ‘nzuarate:
in italiano nun saccio ancora
comme sfaccimmo si dice.
‘Nu poeta è pure chesto.
E’ dint’a sfaticatezza ca se mmusura
ll’ammore p’a vita: il cottimista d’e pparole.
E mai a guadagnare ‘na cusarella ‘e sorde.
Disperato era ll’ammore e disperato adda murì,
come vento, la polvere avrà i tuoi occhi.
Transit Medina
Sponde del Mediterraneo

No, non pensarci Drogo, adesso basta tormentarsi, il più ormai è stato fatto. Anche se ti assaliranno i dolori, anche se non ci saranno più le musiche a consolarti e invece di questa bellissima notte verranno nebbie fetide, il conto tornerà lo stesso. Il più è stato fatto, non ti possono più defraudare.
La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.
Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero: Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è lei che è entrata, con passo silenzioso e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una bravissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
Il deserto dei Tartari- D.Buzzati
Sono qui ad aspettarti
Angelo Maria Ripellino
Sono qui ad aspettarti. E mi pare
di attendere invano il ritorno del corvo.
Dubito che si possa rischiarare
questa nostra epoca torbida.
Ti immagino dentro un teatrino muffito,
in un’accigliata cantina.
Non vorrei rivederti avvizzita,
avvolta di naftalina.
Torna giovane. Mi vestirò di pervinca,
balleremo un’intera estate
uno struggente valzer di Glinka,
come in vaporose stagioni passate.
Ma ora cade la neve. Sono già cinquant’anni
che cade sulla nostra vita. Ed è tetro il domani.
A parte le angustie e gli affanni,
mi sento ridicolo come un parrucchiere per cani.
Ma affrettati, affrettati nella città del tuo sogno.
Molti ti pensano con malinconia. Ed io ti aspetto.
Siamo ancora vivi e ci assilla un bisogno
di gioia, di calore, di affetto.
Spargi ancora a profusione
su di me i gigli pallidi
grandi gigli dei tuoi canti
rose rosse dei tuoi valzer.
E il respiro intessi greve del tuo amore
che appassendo dà profumo
e del tuo orgoglio
garofani di fuoco flessuosi.

Non ho mai scritto il verso
che per tutta la vita
ho sognato di scrivere.
E non ho mai saputo
il vero puro timbro
della mia voce.
Di sorprenderla ogni giorno m’illudo
in attimi di grazia
immacolata come l’alba
prima del mondo.
Dalla mia lingua muta
parla una voce
che non conosco.
Bino Rebellato
N. Ginzburg
da: Pietà universale
Penso che la peggiore disgrazia che sia successa
oggi agli uomini, sia il trovare così difficile identi-
ficare, nei fatti che accadono, le vittime e gli op-
pressori. Dinanzi a ogni fatto che accade, sia esso
privato o pubblico, il nostro pensiero insegue di-
speratamente per un poco le cause che l’hanno de-
terminato e gli eventuali colpevoli, ma infine si
arresta sgomento sembrandogli le cause innumere-
voli e la realtà troppo tortuosa e complessa per il
giudizio umano. Abbiamo scoperto che ogni fatto,
sia privato che pubblico, non può essere pensato e
giudicato isolatamente perché, scavando in profon-
dità, si stendono sotto di esso infinite diramazioni
di altri fatti che l’hanno preceduto e che ne sono
l’origine. In un simile labirinto sotterraneo, rintrac-
ciare i colpevoli e gli innocenti appare un’impresa
disperata. La verità sembra saltare da un punto
all’altro, sgusciare e guizzare nell’ombra come un
pesce o un topo.
La poesia è notizia che rimane notizia, novità che resta nuova
Ezra Pound.
La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
Alda Merini, da “La volpe e il sipario”
“La poesia NON deve magari raccontare una storia che ha una parte centrale e una fine, ma pure deve muoversi, mantenere un passo vivace, emettere scintille. Può muoversi in qualsiasi direzione: indietro nel tempo..nel futuro più remoto, oppure deviare per qualche sentiero non battuto…Ma non è mai statica: si muove…”
«C’è sempre una stessa domanda che ritorna nella mia poesia : è la ricerca di un’armonia che congiunga il frammentario, l’occasionale, con ciò che occasionale non è, con il tutto, con il durevole. È un confronto continuo tra le sollecitazioni del presente e la trascendenza dei fini. (…) Per me la poesia è un pensiero costante, un tesoro interno che ogni giorno, inconsapevolmente, raccolgo. Poi le emozioni, in un preciso momento, prendono forma entrando in una struttura. È l’istante in cui il poeta sta “sulle ginocchia degli dei”».
Mario Luzi
la Poesia è respiro d’anima cucito negli orli del tempo
Blue
I versi frequentano i versi.Oh, che orrore nell’anima; quanta nausea nelle mani; e, una scandalosa repulsione di indifferenza sostanziale.
I versi, viziati come sono, si tengono lontani da
analfabeti e ignoranti sia dello scrivere sia dell’anima prezzolata all’assassinio e alla paura.
Eppure, a naso e a ragione e se vogliamo anche razionalmente, non dovrebbe essere così come in uno specchio che non distingue l’assenza dalla presenza.
I versi non sono dio, nemmeno il diavolo, la famosa coppia duale del tempio tuttora presente ammucchiata in parlento: finanza, potere,denaro.
E poi i soliti versi dei soliti clandestini:
(camorre)dei(i mercati)e delle(le lobby)dei(poteri forti)le(bande)organizzate delle(massonerie)e i
(servizi segreti, sezione illegale dei servizi deviati ufficiali con nome e cognome di ministri della difesa e i generali di tutte le armi.
venduti versi così come autoblu, gli aerei della morte,i ricchi i ricchi, mafie le mafie, gli operai gli operai,i silos i silos, i disoccupati, il modem.
I versi non sono legna. I versi non sono scarpe, pantaloni e cappotto. I versi negli occhi. I versi non sono cotognata, bicicletta e neanche tombola.
I versi sono mattoni che costruiscono parole e frasi. Mettere insieme i mattoni è dura, ma la poesia e i poeti preferiscono caverne e miniere.
Un modo per dire che il verso scrive e riscrive. la poesia guarda in faccia chiunque. La poesia si nutre di cadaveri, egoismo, assassinio, tradimento.
La poesia nasce infanzia della terra e dell’uomo. Intorno ai sette, nove, quattro anni nell’acqua
risuona la carezza il calore arrotato di umidità.
transit medina
Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero ancora dovuto compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di essere i flagelli, si sforzavano di essere dei medici. Ascoltando infatti, i gridi di allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.
La peste – A. Camus
dedicato a tutti coloro che soffrono a causa di questo maledettissimo tempo….e per ricordare stagioni lontane

da: Inviti superflui
Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e,
stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle
strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle fa-
vole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sen-
tieri fata passammo infatti tu ed io, con passi timidi, in-
sieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i me-
desimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle
torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là
forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci
aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi
e teneri desideri. “Ti ricordi? ” ci diremo l’un l’altro, strin-
gendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai
fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse
dal vento. Ma tu -ora mi ricordo -non conosci le favole
antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stre-
gati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che par-
lano con voce umana, né battesti mai alla porta del ca-
stello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lon-
tano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente,
cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno,
probabilmente noi. rimarremo muti, io perdendomi. nelle
favole morte, tu in altre cure a me ignote. lo chiederei
”Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.
grazie a Renzo Montagnoli per avermi ospitata!
…………………………………………
«Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto ( … ) i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo,»
(in Acculturazione e acculturazione, sul Corriere della sera del 9 dicembre 1973),
“ Immagini di percorrere una tranquilla via di pro-
vincia in un caldo pomeriggio di agosto. La via è
divisa in due dalla linea che separa l’ombra dal sole. .
Lei cammina sul marciapiede inondato di luce e la
sua ombra procede con lei, quasi al suo fianco; la vede spezzata in due dall’angolo che i muri bianchi delle case formano col marciapiede.
Continui a lavorare di fantasia… Faccia uno sforzo… A un tratto, l’ombra che l’accompagnava scompare…
Non si sposta, né passa alle sue spalle perchè lei ha cambiato direzione. Ho detto proprio così: scompare.
E improvvisamente lei si trova per la strada senza
la sua ombra. Si volta e non la trova; si guarda i piedi
e li vede emergere da una pozza di luce.
Sull’altro lato della via le case danno sempre la
loro fresca ombra. Passano due uomini che chiac-
chierano tranquillamente e le loro ombre li precedo-
no allo stesso ritmo, facendo i medesimi gesti.
Ecco un cane sul bordo del marciapiede: anche lui
ha la sua ombra.
Allora lei si tocca, e si sente sotto le mani un corpo
che ha la consistenza degli altri giorni. Affretta il
passo e poi si ferma di colpo, con la speranza di
ritrovare la sua ombra. Si mette a correre: niente,
sempre niente. Fa dietrofront e sul lastricato lucido
del marciapiede non c’è nessuna macchia scura.
Il mondo è pieno di ombre rassicuranti. Quella
della chiesa basta a coprire gran parte della piazza,
dove qualche vecchio sta prendendo il fresco.
Lei non sta sognando. Non ha più la sua ombra e
allora si rivolge disperato a un passante.
« Scusi, signore… ».
Quello si ferma e la guarda: vuol dire che lei esi-
ste, anche se ha perduto la sua ombra. Il passante
aspetta che gli dica che cosa vuole da lui.
« Quella laggiù è la piazza del mercato, vero? ».
Lui la prende per uno squinternato o per uno
straniero.
Riesce a concepire l’angoscia di vagare da solo,
senza ombra, in un mondo in cui tutti ce l’hanno?”
G. Simenon- Lettera al mio giudice
MIRACOLOSI ARTISTI DELLA VOCE
(Sette/Corriere della Sera)
Un doppiatore è capace di far diventare grande interprete anche un cane. La lista dei grandi maestri italiani del doppiaggio è illustre e numerosa. Si tratta di artisti della voce (e spesso di straordinari attori di professione), capaci di caratterizzare, e a volte di moltiplicare, l’espressività dei personaggi che interpretano. Oggi non saremmo capaci di godere Walter Matthau, Robert De Niro, Marlon Brando, Woodie Allen, Stanlio e Ollio, Kirk Douglas e tutte le grandi star internazionali senza la voce dei loro doppiatori. li talento mimetico di questi artisti del suono è semplicemente miraacoloso. Per non dire della folta costellazione di voci date ai fantastici personaggi dei cartoons o a bambini e a extraterrestri. I nostri doppiatori sono talmente bravi che per tanti anni hanno fatto parlare anche personaggi italiani, soprattutto quando i registi prendevano attori dalla strada: facce perfette al ruolo, ma voci impossibili da ascoltare. Per questa ragione si sono sentiti “offesi” gli attori veri, i quali si vedevano sottrarre lavoro da gente che non era del mestiere, volti fotogenici ma senza scuola. Nasce quindi, come vincolo estetico, con giustificazioni a metà artistiche e a metà sindacali, il rispetto dell’equazione voce-volto. Nasce anche da noi, come in molti Paesi stranieri, la “presa diretta”, cioè la voce dell’attore registrata nell’atto di recitare, durante le riprese. Su questa questione non si finisce ancora di dibattere. La verità è che se un regista fosse stato obbligato sempre alla presa diretta, non sarebbe mai esistito un immenso regista come Fellini. che spesso ai suoi interpreti faceva recitare numeri. che poi trasformava in battute durante il doppiaggio.
Testamento di poeta: Luigi PirandelloI.- Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlare sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni. II.- Morto, non mi si vesta. Mi s’ avvolga nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III.- Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV.- Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.
E. Sanguineti.
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
P.P. Pasolini
L. Dalla
Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento
un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto
poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto.
Te voglio bene assaje
ma tanto, tanto bene sai
è una catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai.
Vide le luci in mezzo al mare
pensò alle notti là in America
ma erano solo le lampare e la bianca scia di un’elica
sentì il dolore nella musica, si alzò dal pianoforte
ma quando vide la luna uscire da una nuvola
gli sembrò più dolce anche la morte
guardò negli occhi la ragazza, quegli occhi verdi come il mare
poi all’improvviso uscì una lacrima e lui credette di affogare.
Te voglio bene assaje
ma tanto tanto bene sai
è una catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai.
Potenza della lirica dove ogni dramma è un falso
che con un po’ di trucco e con la mimica puoi diventare un altro
ma due occhi che ti guardano, così vicini e veri
ti fan scordare le parole, confondono i pensieri
così diventa tutto piccolo, anche le notti là in America
ti volti e vedi la tua vita come la scia di un’elica
ma sì, è la vita che finisce ma lui non ci pensò poi tanto
anzi si sentiva già felice e ricominciò il suo canto.
Te voglio bene assaje
ma tanto tanto bene sai
è una catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai
Affrettiamoci ad amare gli uomini se ne vanno così presto
e dopo di loro rimangono le scarpe e un telefono muto
solo ciò che importa poco si trascina come una vacca
quello che importa molto avviene all’improvviso
poi un silenzio normale quindi del tutto insopportabile
come una purezza nata semplicemente dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno rimanendo senza di lui
Non essere certo di aver tempo poiché la certezza è incerta
ci toglie la sensibilità così come ogni felicità
arriva simultaneamente come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio
come un suono un po’ maldestro oppure come un inchino secco
chiudono gli occhi per vedere davvero
nonostante nascere sia un rischio maggiore del morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi
Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte
Affrettiamoci ad amare gli uomini se ne vanno così presto
e quelli che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo
Jan Twardowski
quello che manca all’uomo:
costola inutile
tolta da un luogo oscuro.
Soltanto
divina eruzione di vita,
angelica cura alla morte,
bruciante forza vendicatrice
Tutto ciò che resta
è rimasto a lui
che desertifica la terra,
gioca a scacchi col cielo
E incendia gli ultimi brandelli
della storia comune.
M. Collina
Mettendo quindi via quei graziosi giri di frase tipicamente femminili, che gli uomini usano con condiscendenza per alleviare la nostra condizione di dipendenza e schiavitù, e sprezzando la vacua eleganza della mente, la sensibilità squisita e la gentile docilità dei modi, che si suppone siano i caratteri sessuali del sesso più debole, desidero dimostrare che l’eleganza è inferiore alla virtù, e che il primo fine di una lodevole ambizione è di acquisire il carattere di essere umano, indipendentemente dalle distinzioni di sesso, e che le idee secondarie andrebbero valutate in rapporto a tale affermazione di principio.
(Wollstonecraft M., I diritti delle donne,)
Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque.E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche interpretarlo. E ciò precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.
Gunther Anders L’uomo è antiquato
Leggiamo!
Leggiamo come in sogno.
Leggiamo inseguiti dal dolore.
Leggiamo!
Leggiamo alla radice del sole, il sorriso.
Leggiamo con le scarpe nel fango.
Leggiamo!
Leggiamo il volo dell’uccellino.
Leggiamo con le catene ai piedi.
Leggiamo!
Leggiamo il cuore dall’avamposto interno.
Leggiamo la sgelata del sangue, unica appartenenza.
Leggiamo!
Leggiamo la via che porta alla nostra anima.
Leggiamo l’afasia delle mani febbrili.
Leggiamo!
Leggiamo il corpo sanguinante, il mutismo delle genti.
Leggiamo le autobiografie mai scritte, le poesie sputate nell’aria.
Leggimi di te. Leggimi di me. Leggimi il mondo nel cortile.
Leggiamo privi di coraggio. Leggiamo senza amore di conseguenza.
Leggiamo senza contropartita. Solo per il gusto di morire. E tornare a nascere.
Leggiamo!
Transit Medina
Sponde del Mediterraneo
Tra l’altro la separazione è infamante per una donna e di ripudiare un marito neanche se ne parla. E poi, una donna che entra in un nuovo ambiente, dove esistono norme e abitudini diverse, deve essere un’indovina – certo non lo ha imparato a casa – per sapere con che compagno dovrà passare le sue notti. Mettiamo che i nostri sforzi vadano a buon fine, che lo sposo sopporti di buon grado il giogo del matrimonio: allora sì che l’esistenza è invidiabile. Ma in caso contrario, è meglio morire. Un uomo, quando è stanco di starsene in famiglia, esce, evade dalla noia, si ritrova con amici e coetanei; noi donne, invece, siamo costrette ad avere sotto gli occhi sempre un’unica persona. Si blatera che conduciamo una vita priva di rischi, tra le mura domestiche, mentre i maschi vanno a battersi in guerra. Che assurdità!
Preferirei cento volte combattere che partorire una volta sola.
Preservare la compiutezza delle cose
di Mark Strand
In un campo
io sono l’assenza
di campo.
E’
sempre così.
Ovunque io sia
io sono ciò che manca.
Quando cammino
fendo l’aria
e sempre
l’aria rifluisca
a colmare gli spazi
in cui è stato il mio corpo.
Tutti abbiamo motivi
per muoverci.
Io mi muovo
per preservare la compiutezza delle cose.
I miei amici
non mi cercano, non m’invitano a pranzo,
non mi telefonano mai;
non mi mandano auguri per Natale
ma sono miei amici.
Non mi fanno regali,
non m’aiutano a vivere
con raccomandazioni o altre cose;
ma mi aiutano a vivere
perché sono miei amici.
Noi non c’incontriamo in piscina,
non combiniamo le vacanze insieme,
non facciamo progetti di lavoro.
Non ci portiamo scambievolmente le sigarette
né la busta del latte
quando l’altro è ammalato;
n on ci raccontiamo i reumi e le tasse.
Non ci facciamo carezze d’amore
né di solidarietà
né di pietà.
Pure – bisogna dar credito
al prodigio; e la geometria
non è favola -
le nostre esistenze parallele
s’incontrano in un punto
all’infinito.
Marina Mariani
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva
Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la
musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli
piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali
di un certo canto.
Chi accarezza un animale
addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male
che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Jorge Luis Borges
Lo spleen di Parigi- Baudelaire
I – LO STRANIERO
Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
- I tuoi amici?
- Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
- La patria?
- Non so sotto quale latitudine si trovi.
- La bellezza?
- L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
- L’oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
- Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!
di Raymond Carver
Uno squarcio tra le nubi. L’azzurrino
profilo dei monti.
Il giallo cupo dei campi.
Il fiume nero. Che ci faccio qui,
solo e pieno di rimorsi?
Continuo a mangiare come niente dalla ciotola
di lamponi. Se fossi morto,
rammento a me stesso, ora non
li mangerei. Non è così semplice.
Anzi, no, è semplicissimo.
MABEL OSBORNE
E.L.Master
I tuoi fiori rossi tra le foglie verdi
appassiscono, bellissimo geranio!
Ma tu non chiedi acqua.
Tu non puoi parlare! Non occorre che parli—
tutti sanno che stai morendo di sete,
ma non ti danno l’acqua!
Passano oltre e dicono:
«Il geranio ha bisogno d’acqua».
E io, che avevo felicità da spartire
e desideravo spartire la tua felicità;
io che ti amavo, Spoon River,
e anelavo al tuo amore,
appassii sotto i tuoi occhi, Spoon River—
assetata, assetata,
muta per il pudore dell’anima di chiederti amore,
tu che sapevi e mi vedevi morire davanti a te,
come questo geranio che qualcuno ha piantato sopra di me,
e lascia morire.
Amarcord
Lo so, lo so, lo so
che un uomo, a 50 anni,
ha sempre le mani pulite
e io me le lavo due o tre volte al giorno
ma è quando mi vedo le mani sporche
che io mi ricordo di quando
ero ragazzo
T. Guerra
Il leggistorie è anche un incantatore che sa trasformare dei simboli in suoni, emozioni e immagini. Un incantatore è simile ad uno stregone o ad un alchimista e come tale deve conoscere le tecniche della metamorfosi, perché gli aridi e morti segni d’inchiostro stampati sulle bianche pagine prendano vita e risuonino negli antri nascosti dell’animo dell’ascoltatore.
Marco Polo scrive a Kublai Khan nel suo racconto-viaggio:
“Sono giunto in una grande città che gli abitanti chiamano, nella loro lingua, “Città della poesia”. Sui muri di tutti i palazzi sono affisse preziose pergamene: e ognuna riporta un testo poetico vergato in caratteri d’oro. I monumenti al centro delle piazze sono cubi di marmo, a volte piccoli, a volte molto grossi, su ogni faccia dei quali appaiono incise, ben visibili, le parole delle poesie più belle e più famose. Gli abitanti si fermano spesso a leggerle e poi, camminando, le ripetono fra sé e sé a voce alta, oppure le vanno recitando ad altre persone. Capita a volte di vedere dei capannelli di uomini intenti a leggere sui muri una poesia appena affissa; e qua e là è facile imbattersi in piccoli palchi, da dove un attore propone dei versi alla gente.
“Chissà come saranno onorati i poeti in questa città” ho detto all’uomo che mi conduceva lungo le strade e mi mostrava orgoglioso i monumenti e i palazzi che riportavano le poesie più belle. Lui mi ha guardato con meraviglia, come se volessi prenderlo in giro, e ha scosso energicamente la testa. “Ma niente affatto, mi ha detto, qui sarebbe vergognoso affermare di aver scritto anche soltanto un verso”.
Con la pazienza di chi parli ad un bambino, mi ha spiegato: “Le poesie vengono dagli dei. Gli uomini sono solo un tramite. Non lo sapete anche voi? Le poesie vengono scritte di nascosto e gli autori le attaccano furtivamente ai muri delle vie, badando bene a non farsi riconoscere. Se un pazzo sostenesse di essere l’autore di una poesia, dapprima verrebbe redarguito; poi, se insistesse, verrebbe multato e alla fine, se non si pentisse della sua follia, verrebbe esiliato”.
Ha aperto le braccia per indicare tutte le case e le vie intorno e mi ha detto con fierezza: “Tutte queste poesie che noi leggiamo e impariamo a memoria e veneriamo come parole divine, tutte queste poesie mi creda sono anonime”.”
Senza bussare
di Attila Jozsef
Se ti vorrò bene, puoi entrare da me
senza bussare
ma rifletti a fondo,
ti farò stendere sul mio pagliericcio
paglia frusciante si respira con la polvere.
Ti porterò acqua fresca nella brocca
e prima che tu te ne vada pulirò le tue scarpe
qui nessuno ci disturba,
in pace puoi rattoppare curva le nostre cose.
Il silenzio è un gran silenzio, parlo anche a te se parlo
e se sei stanca ti puoi accomodare sulla mia unica sedia,
se fa caldo puoi toglierti sciarpa e colletto
se hai fame ti do della carta pulita per piatto
e se c’è dell’altro
lascia allora anche a me, pur io
sono sempre affamato.
Se ti vorrò bene, puoi entrare da me
senza bussare
ma rifletti a fondo,
mi dispiacerebbe se poi tu mi evitassi a lungo.
Frammento de “La lettera U (Manoscritto d’un pazzo, 1869)”
I. Tarchetti
Ecco.
Io vi qui scrivo tutte le vocali:
a e i o u
Le vedete? Sono queste?
a e i o u
Ebbene?!
Ma non basta vederle.
Sentiamone ora il suono.
A-L’espressione della sincerità, della schiettezza, d’una sorpresa lieve, ma dolce.
E- La gentilezza, la tenerezza espressa tutta in un suono.
I- Che gioia! Che gioia viva e profonda!
O- Che sorpresa! Che meraviglia! Ma che sorpresa grata! Che schiettezza rozza, ma maschia in quella lettera!
Sentite ora l’U. Pronunciatelo. Traetelo fuori dai precordi più profondi, ma pronunciatelo bene: U! uh! uhh!! uhhh!!!
Non rabbrividite? Non tremate a questo suono? Non vi sentite il ruggito della fiera, il lamento che emette il dolore, tutte le voci della natura insofferente e agitata? Non comprendete che vi è qualche cosa d’infernale, di profondo, di tenebroso in quel suono?
Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!”
Posto da oggi alcune poesie di miei allievi artisti.
NEVICATA D’ESTATE
I semi fioccosi
del pioppo
abbarbicati ai rami
del gelso
- nevicata d’estate -
Scorre di sotto il fiume.
Non ha fretta di mescolarsi
all’inquinamento
del mare.
ACQUERELLO
Lo scandire piatto dei secondi.
Le gocce di pioggia scavano
il solco e quivi scorrono.
Il muto silenzio inghiotte
il rombo lontano del locomotore.
Sprazzi di vita ciondolano
come questo tendone al vento.
Il cielo rappezzato di piombo
accoglie il volo delle prime rondini.

“Non ho urla in me” di Alessandro Dall’Olio (LS Editore)
Ti lascio affamata
Ti lascio il respiro necessario
Mentre vorrei saziarti
Mentre vorrei toglierti il fiato
–
Eri avvolta in un abito più simile a un’idea che a un tessuto.
Senza maniche, senza collo, senza bottoni.
E io senza dubbi.
–
dammi il tempo
non avere fretta
dammi il tempo di diventarti mancanza
_
Mi hai sussurrato
che somiglio a un mazzo di fiori.
Spero non ti dispiaccia
se, invece, metto radici.
Mara TugnoliRONDINI
Volano in cerchio leggere,
fanno l’amore con l’aria tiepida.
Nel cielo celeste mattutino
vibrano e giocano sfrecciando
sopra e sotto i tetti delle casupole di periferia,
tra ciuffi d’acacia
e saldi ippocastani.
Incantevole dolcezza di primavera.
MARE
Mare salvami.
Puliscimi,
lavami.
Toglimi questo pesante fardello,
portami verso lidi sereni.
Illuminami,
lavami da questo penoso passato
lava la mia mente
dai pensieri cupi
rendimi candida
e senza rimpianti.
Lasciami nuda
Senza incrostazioni
Verso il mio futuro.

Eri quella tutta bianca
la te dai denti sani
occhi allungati fuori campo
a cercare dietro a
un tuo angolo di vento.
Il cane perso in autostrada
sprovveduto al ciglio
con quella coda sempre
in vago movimento.
Cucciolata di notte e
latrati alla luna fredda
e freddo alla notte madre
e nicchia focolare ai figli.
E freddo alla sconosciuta
te tutta bianca
eri tua figlia.

Gemelli astrali
Così uguali, così diversi-
Troppo uguali , troppo diversi-
Non poteva funzionare-
A te tutti i frutti.-
A me solo i noccioli-
A te , benessere -
A me, malessere.
A te , serenità-
A me , inquietudine-
Tu, benevolmente estraneo-
Io, scontrosamente estranea-
Tu, ami nell’apparenza-
Io, amo nella sostanza -
Questo libro è per tutti, anche perchè non l’ho scritto io, ma moltissimi grandi scrittori. Io mi sono limitata a raccogliere le ultime parole dei lori libri:
ogni giorno una “porzione” in base ad un ordine contenutistico/alfabetico

Molti si sono divertiti a giocare -in TV, sui giornali, e anche in qualche salotto “colto”- con gli “incipit letterari”, ed effettivamente qualcuno di essi è davvero speciale, indimenticabile, e magari da solo, vale la lettura del libro.
Nei finali però, è racchiusa spesso, quella che un tempo si definiva la “morale”, il messaggio che l’autore vuole trasmettere ai lettori. In altri ancora sono nascoste, massime, aforismi e splendide digressioni in molti campi dell’umano sapere.
In ogni caso, usando un paragone gastronomico, se gli “incipit” sono simili agli antipasti e ci indicano con discreta approssimazione la qualità delle portate successive, i finali sono equiparabili al dessert, cosicché, alla fine, è sempre con il gusto di quest’ultimo che ce ne andiamo dal ristorante…soddisfatti o meno.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
La Divina Commedia- Alighieri
Così termina questa cronaca. Essendo in senso stretto la storia di un ragazzo, essa deve fermarsi qui; non potrebbe durare ancora molto senza diventare la storia di un uomo. Quando si scrive un romanzo sugli adulti, si sa con precisione dove bisogna fermarsi: cioè, con un matrimonio; ma quando si parla di ragazzi, ci si ferma dove si può.
Quasi tutti i personaggi incontrati in questo libro sono ancora vivi, stanno bene e sono felici. Un giorno, forse, potrà valer la pena di riprendere la storia dei più giovani, per vedere che razza di uomini e di donne sono diventati; perciò il partito più saggio sarà, per il momento, quello di non rivelare alcunché di questa parte delle loro vite.
Le avventure di Tom Sawyer. -M. Twain
P. Shelley
Il fiore che oggi sorride
domani morirà
ciò che desideriamo
durevole ci tenta e va
via. Che cosa e’ la gioia
del mondo? Un lampo che irride
alla notte, breve come la propria
luce.
La virtù come e’ fragile
l’amicizia come e’ rara
l’amore ci da’ una povera
felicità in cambio di orgoglio
e pena. Ma noi, benché cadano
subito, alla loro gioia sopravviviamo
e a tutto quello che diciamo
nostro.
Mentre i cieli sono azzurri e
di luce, mentre i fiori sono lieti
mentre gli occhi che prima
di sera cambieranno fanno sereno
il giorno, mentre ancora camminano
calme le ore, sogna tu, e dal tuo
sonno svegliati poi, per
piangere.

Fino all’ultimo istante, Adriano sarà stato amato d’amore umano.
Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del
corpo, ora t’appresti ascendere in luoghi incolori, ardui e
spogli, ove non avrai più gli sguardi consueti. Un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non
vedremo mai più…Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti.
Memorie di Adriano- Yourcenaur
E’ già
appassita
quella rosa
muta, silenziosa,
indifferente
al sole
alle stelle,
rigogliosa
per mostrare
la sua fugace
bellezza.
Ha colmato solo
lo spazio
di un sorriso.
Al suo posto
un’altro fiore,
tra piccoli boccioli
timidi
in florescenza,
ignari
dell’amaro destino
Giovanna Nigris
Gli attori dell’amicizia, soggiogati dall’inerzia,
o dalla fuga, prima o poi, tradiscono.
Un sentimento forte e fragile:
viscerale, sconfina il cielo e, muore in volo.
Lo sparo che tira in ballo l’ Amore.
Il tradimento in agguato è dato dai sorrisi.
L’amore e il sesso,
lottano nel contrasto del sangue,
e almeno
una volta, sbancano la storia.
O ciò in cui si credeva. Furiosi,
i baci scottano.
E sulla via delle quattro stagioni,
i perduti sensi rubano dolore.
E i nuovi, con mazzi di rose,
e quelli andati, profumi troppo forti,
li riconosci dalle orme delle nuvole,
e dall ‘incidere felpato delle conchiglie.
Transit Medina
Abbandona un campo in cui sarai fatalmente vinto; lascia da parte tutte queste aspirazioni estranee alla tua natura e rivolgiti al bene che ti è proprio. Qual è questo bene? E’ senza dubbio un animo casto e puro emulo di Dio, che tende a elevarsi al di sopra delle cose umane e si concentra tutto in se stesso. Tu sei un animo dotto di ragione. Qual’ è dunque il bene a cui devi tendere? La perfetta ragione. Volgila verso la sua meta in modo che si sviluppi quanto più è possibile.
Non considerarti felice che il giorno in cui tutte le tue gioie nasceranno in te; quando alla vista di quegli oggetti che gli uomini cercano ad ogni costo di conseguire e di tenere bramosamente per sé, non troverai niente che ti sembri, non dico preferibile, ma nemmeno desiderabile. Eccoti una formula sintetica per misurare i tuoi progressi e per darti una coscienza della perfezione raggiunta: possiederai il tuo vero bene il giorno in cui capirai che gli uomini cosiddetti felici, sono i più infelici. Addio.
Lucio Anneo Seneca- Lettere a Lucilio
Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
L’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
Lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti ,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
E. Montale
Arlecchino: Sta canzonetta l’ho imparada a memoria. Busie mai più, ma qualche volta, qualche spiritosa invenzion.
Dottore: Orsù, andiamo. Rosaura sposerà il signor Florindo, e il signor Ottavio darà la mano a Beatrice.
Ottavio: Saremo quattro persone felici, e godremo il frutto de’ nostri sinceri affetti. Ameremo noi sempre la bellissima verità, apprendendo dal nostro Bugiardo, che le bugie rendono l’uomo ridicolo, infedele, odiato da tutti; e che per non esser bugiardi, conviene parlar poco, apprezzare il vero, e pensare al fine.
Il bugiardo- Goldoni
Chi
da una poesia
si aspetta la salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie.
Chi
da una poesia
non si aspetta alcuna salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie
Erich Fried
(E’ quel che è)

Adesso è ora di essere casti, è così bello essere casti, come se
fiume di acqua fredda scorresse nell’anima. Amo la casti-
ta che adesso scorre tra di noi. E come acqua fresca e pioggia.
Come fanno gli uomini a desiderare quei faticosi amoreggia-
menti! Che pena essere come Don Giovanni, sempre incapaci
di raggiungere la pace scopando, con la fiammella accesa, im-
potenti, incapaci di essere casti nei freddi intervalli, come sul-
la sponda di un fiume.
Bene, tante parole perchè non posso toccarti. Se potessi
dormire con le mie braccia intorno al tuo corpo, l’inchiostro
potrebbe restarsene nella bottiglia. Insieme potremmo essere
casti, proprio come insieme possiamo scopare. Ma dobbiamo
stare separati per un po’ di tempo, e penso che sia davvero il
modo più saggio. Se solo si potesse esserne sicuri.
Non importa, non importa, non ci agiteremo. Crediamo
davvero nella fiammella e nel dio senza nome che la proteg-
ge, perche non si spenga. Qui con me c’è tanta parte di te,
davvero, è un peccato che tu non ci sia tutta.
Non ti preoccupare di Sir Clifford. Se non hai sue notizie,
non importa. In realtà non ti può fare nulla. Aspetta, alla fi-
ne vorrà liberarsi di te, vorrà scacciarti. E se non lo farà, fare-
mo in modo di liberarci di lui. Ma lo farà. Alla fine vorrà
vomitarti come una cosa abominevole.
Ora non riesco nemmeno a smettere di scriverti.
Una gran parte di noi è insieme, però, e possiamo solo re-
starle fedeli, e dirigere il corso della nostra vita in modo da
incontrarci presto. John Thomas dà la buonanotte a Lady
Jane, un po’ ammosciato, ma con la speranza nel cuore.
L’amante di Lady Chatterly- David Lawrence
“Era stata sua madre a introdurla per sempre nel mondo fantasmagorico del racconto verbale. A farle fissare l’attenzione lì, tra la bocca e il naso, dove la voce fa le capriole spargendo fiati leggeri e paure segrete. Lì dove la forza delle parole si fa carne, lì dove si scopre il terribile dolore della solitudine e la gioia della conquista dell’attenzione dell’altro.”
Dacia Maraini- Colomba
Gott ist ein lautes Nichts, ihn ruhrt kein Nun noch Hier….mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato.
Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in un’unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell’abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l’uguale né il disuguale né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell’intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata, dove non c’è opera né immagine.
Fa freddo nello scriptorium, Il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Eco- Il nome della rosa.

Questa è perciò l’ultima volta, a meno di un miracolo, che Jekyll può pensare i suoi pensieri o vedere il proprio volto (quanto tristemente alterato, ormai!) nello specchio. Né debbo aspettare troppo a concludere il mio scritto in quanto che, se il mio racconto è finora sfuggito alla distruzione, ciò è dovuto a una grande cautela sposata a una grande fortuna. Se i dolori del cambiamento mi cogliessero nell’atto di scriverlo, Hyde lo farebbe a pezzi; se invece sarà trascorso un certo lasso di tempo da quando l’avrò riposto, il suo straordinario egocentrismo e il fatto che si attenga alle cose del momento, sottrarranno ancora una volta il testo all’intervento del suo scimmiesco livore. E in verità il destino, che ci stringe ormai da presso entrambi, lo ha già mutato e piegato. Di qui a mezz’ora, quando avrò di nuovo e per sempre riassunto quell’odiata personalità, so già che mi troverò tremante e singhiozzante alla mia sedia, o continuerò, con l’orecchio teso in un parossismo di tensione e di paura, a camminare su e giù per questa stanza (l’estremo mio rifugio terreno), e a prestare ascolto a ogni rumore minaccioso. Morirà sulla forca, Hyde, o all’ultimo momento troverà il coraggio di liberarsi? Lo sa Dio; io non me ne curo; questa è l’ora della mia vera morte, e quello che seguirà riguarda un altro. A questo punto, nel posare la penna e nell’atto di sigillare la mia confessione, metto fine alla vita dell’infelice Henry Jekyll.
LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E MISTER HYDE- Stevenson
L’albatro
(Charles Baudelaire, Parigi 1821 – 1867 )
Sovente, per svago, uomini d’equipaggio
catturano albatri, vasti uccelli di mare,
che indolenti accompagnano nel viaggio
navi sfioranti gli abissi amari.
Deposto appena sulla tolda, ecco
il re dell’azzurro pieno di vergogna
e goffo, misero strascina come remi
accanto a lui le grandi ali bianche.
Eccolo inetto e inerme il viaggiatore alato!
Ridicolo e brutto, lui prima così bello!
E con la pipa uno viene a stuzzicargli il becco,
un altro zoppica imitando lui mutilato alato!
Principe dei nembi è come lui il Poeta,
abita la tempesta e dei dardi si fa beffe;
esule sulla terra tra lazzi e scherno,
gli vietano di avanzare le sue ali da gigante.

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
Svevo: La coscienza di Zeno
Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Stanco tornavo, come da un viaggio;
stanco al mio padre, ai morti, ero tornato.
Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia muta.
- Mamma? – E’ là che ti scalda un po’ di cena. -
Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.
V oglio contemplare ancora il mio cavaliere
che si dirige lentamente verso la carrozza.
Voglio assaporare il ritmo dei suoi passi: più
egli avanza, più questi rallentano. In questa
lentezza mi sembra di riconoscere un segno
di felicità.
Il cocchiere lo saluta; lui si ferma, si accosta
le dita al naso, poi sale, si siede, si rannicchia
in un angolo, allunga comodamente le gam-
be; la carrozza si avvia, e ben presto lui si ad-
dormenterà, poi si sveglierà, e per tutto que-
sto tempo si sforzerà di rimanere il più vicino
possibile a quella notte che, inesorabilmente,
fonde alla luce del sole.
Senza domani.
Senza pubblico.
Ti prego, amico mio, sii felice. Ho la vaga
impressione che dalla tua capacità di essere felice
dipenda la nostra unica speranza.
La carrozza è scomparsa nella nebbia e io accendo il motore.
Milan Kundera- La lentezza.
AntonelloVenditti
Il corpo
di B. Franklin, stampatore, come la copertina di un vecchio libro le cui pagine sono state strappate,
e spogliate delle loro lettere e dorature, giace qui, cibo per i vermi.
Ma l’Opera non andrà perduta; perché essa, crediamo, riapparirà ancora una volta
in una nuova e più elegante edizione,. corretta e approvata
dall’ Autore.
Azzurro e bianco del cielo mattino d’aprile sotto il fango è finita è fatta si spegne la scena resta vuota qualche animale poi si spegne niente più azzurro io resto qui laggiù a destra nel fango la mano si apre e si richiude il fatto che se ne vada è un aiuto mi rendo conto che sto ancora sorridendo non ne vale più la pena da tanto tempo la lingua esce di nuovo fuori va nel fango io resto così niente più sete la lingua rientra dentro la bocca si richiude deve fare una linea retta adesso è fatta ho fatto l’immagine.
Samuel Beckett, L’immagine
Ingrati
Da voi esigo una lettera di scuse.
È un bisogno profondo
una ragione di vita
la rivoluzione del cuore che aspetto.
Da voi esigo una lettera di scuse.
Me la dovete
come io vi debbo il perdono.
Ma non vi perdonerò
se non la scriverete.
Da voi esigo una lettera di scuse.
Attendo il vostro cambiamento
la fine della voglia maligna
che vi opprime il cuore.
Se non mi scriverete:
“Scusa,
mi vergogno
perchè ho ricevuto
e non ho riconosciuto
neppure con un grazie,
tradendo ogni fiducia,
mentendo perfino a me stesso,
l’amore e il bene incondizionati
che mi sono stati dati”,
autorizzerò il mio cuore e il mio inconscio
a cancellarvi dal mio immaginario.
E da quello del mondo.
il destino degli ingrati,
quello che essi meritano,
è l’oblio.
M. R. Parsi
«Questo nuovo sentimento non mi ha cambiato, non
mi ha reso felice, non mi ha rischiarato di colpo, come
sognavo; così come non lo ha fatto il sentimento per mio
figlio. Anche qui non c’è stata nessuna sorpresa. Si tratti
o no della fede -di preciso non so cosa sia -questo sen-
timento è entrato in me attraverso le sofferenze in modo
egualmente inavvertito e si è fermamente stabilito nella mia anima.
«Mi arrabbierò egualmente con il cocchiere Ivàn,
egualmente discuterò, esprimerò a sproposito i miei pen-
sieri, ci sarà sempre lo stesso muro fra il sacrario della mia
anima e gli altri, e petfino con mia moglie, la brontolerò
egualmente per lo spavento che ho provato, e ne sentirò
rimorso, egualmente non capirò con la ragione perche
prego e potrò pregare, ma ora la mia vita, tutta la mia vita,
qualunque cosa accada, in ogni suo momento, non solo
non è priva di senso come prima, ma ha un significato
sicuro che le deriva dal bene su cui io posso fondarla.»
Anna Karenina- I. Tolstoj
G. Arpino -
Il lavoro-
Io voglio alzarmi e andare, a Innisfree voglio andare,
e farmi una capanna di vimini e d’argilla:
nove filari a fave ci voglio e un alveare,
e vivere in quel capanno nella radura
solo.
E ci avrò un po’ di pace; la pace che lenta scende
Cade dai veli del mattino dove giubila il grillo,
la notte è un balenio, mezzogiorno un
bagliore di porpora, e il fanello riga la
sera a volo.
Io voglio alzarmi e andare,
ché notte e giorno sento acqua di lago
a voce bassa lambir la sponda ;
e mentre cammino per la strada maestra,
o su un grigio pavimento,
io la sento
nel profondo della mia anima io la sento
W. B. Yeats
Lettera di Antonino Pio a Marco Frontone (a. 161 d.c.)
Maestro mio
mandami qualcosa da leggere che giudichi molto eloquente, di tuo, oppure di Catone o di Cicerone o di Sallustio o di Gracco o di qualche poeta, infatti ho bisogno di riposo, specialmente di questo tipo, una lettura che mi sollevi e mi rassereni dalle preoccupazioni che sono sopravvenute, se ne hai mandami anche qualche brano di Lucrezio o di Ennio, armonioso, forte, e così con espressioni di stati d’animo.
Basta essere almeno una volta nella vita cauto e paziente: ecco tutto! Basta, almeno una volta nella vita, dimostrare carattere e, in un’ora, posso cambiare il mio destino! L’essenziale è il carattere. Basta ricordare che cosa mi è accaduto in questo senso sette mesi fa a Roulettenburg prima della mia definitiva perdita!
Oh, quello fu un notevole caso di fermezza avevo allora perduto tutto, tutto… Esco dal Casino, guardo nella tasca del panciotto trovo ancora un gulden. “Ah, avrò dunque di che pranzare!” pensai ma, dopo aver fatto cento passi cambiai idea e tornai indietro.
Puntai quel gulden sul manque (quella volta ero fissato per il manque) e, in verità, c’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando solo, in un paese straniero, lontano dalla patria e dagli amici, senza sapere che cosa mangerai oggi, punti l’ultimo, proprio l’ultimo, l’ultimissimo gulden! Vinsi e dopo dieci minuti uscii dal Casinò con centosettanta gulden in tasca.
E’ un fatto! Ecco che cosa può significare a volte l’ultimo gulden! E che cosa sarebbe accaduto se allora mi fossi perso d’animo, se non avessi avuto il coraggio di decidermi?
Domani, domani tutto finirà!
Il giocatore – F. Dostoevskij
Leggo per poter piangere
senza che il mio prossimo ne rida
Leggo a voce alta e piena
perché qualcuno ascolti e capisca
ciò che instancabile vado narrando.
Leggo altrui parole d’inchiostro
perché prendano forma di note
e mi sento un’artista allora, ammirata e compresa,
benché di solito appaia incomprensibile ai più.
Leggo e mi strazio,
e mi vesto della tunica della morte
perché la mia morte sia celebrata e susciti pena e rimpianto
e non mi curo di quando, morta davvero,
nessuno conoscerà il luogo della mia sepoltura.
Leggo perché ascoltino
l’anima d’altri fattasi verbo tra le mie labbra,
così, senza ragione, o per la sola ragione
che qualcuno oda e si chieda: “Che avrà da dirci
questa voce, tesa, vibrante e chiara,
che a nessuno appartiene?”
| Mamma ti vedo triste:è lo stillicidio delle piccole cosed’ogni giorno, che triste
ti china la fronte, e tristi ti piega le labbra. E tu sei nata, mamma, per essere una lodoletta: dare un colpetto di becco qua uno là, e poi fare una frullatina pel cielo senza troppo stancarti; oppure come una farfalla lieve volare senza una meta precisa pei prati, dimenticare il giglio e il giaggiolo, se tu beva il nettare della rosa!
Ma non essere triste più bella sei se ti carezza il riso! Sorridi , giacche la vita, la cara vita che tu mi hai dato, dà le gioie,come i prati i fiori: se uno appasisce un altro fiorisce. Se un giorno hai riso nel tuo grembo trastullandomi, ora mi ridi se ti prendo in braccio e ti faccio girare i giri di un valzer! E poi non somigli ai castani che in autunno sono gli ultimi a sfiorire? P.P.Pasoliniinvito i lettori a leggere nei commenti la bella metafora della vicenda umana, scritta da Transit Medina |

Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia…sulle sue credenze e i suoi desideri.
Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’, nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota.
O almeno così medita talvolta Bill Demborough svegliandosi il mattino di buon’ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta.
S. King- It
Forse il cuore
Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai! Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gioia. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata,
forse il cuore ci resta, forse il cuore….
SALVATORE QUASIMODO
DINO BUZZATI
“Cara mamma” cominciò a scrivere e immediatamente si sentì come quando era bambino. Solo, al lume di una lanterna, mentre nessuno lo vedeva, nel cuore della Fortezza a lui ignota, lontano da casa, da tutte le cose familiari e buone, gli pareva una consolazione poter almeno aprire completamente il suo cuore.
Forse in quel momento la mamma girava nella sua stanza abbandonata, apriva un cassetto, metteva in ordine certi suoi vecchi vestiti, i libri, lo scrittoio; li aveva già riordinati tante volte, ma le pareva così di ritrovare un po’ viva la presenza di lui, come se egli dovesse rincasare prima di pranzo. Gli pareva di udirlo, il noto rumore dei suoi piccoli passi irrequieti che si sarebbero detti sempre in ansia per qualcuno. Come avrebbe avuto il cuore di amareggiarla?
Volentieri pubblico questi versi di Transit Medina, e invito anche gli altri amici a regalarci qualche bella poesia
Nel caveau dell’anima,
asciugavo sfoglie
di cipolla
sul ciglio a scavare
tuorli
di nuvole,
scandagliavo le code
di pavoni
smacchiati di fresco.
la commessa prometteva
pagode, mentre Dino Campana
modellava paesaggi lunari.
il mare calloso mischia
risacca,bugie e giuramenti
di stelle.
A catinelle, batte dentro,
l’aria cremisi
accalora.
Molte sono al mondo le meraviglie ma nulla è più portentoso dell’uomo.
Egli attraverso il mare biancheggiante, sfidando il tempestoso Noto,
si spinge, passando sotto i marosi che gli spalancano intorno abissi;
e la suprema delle divinità, Gea
immortale, instancabile, affatica
solcandola su e giù d’anno in anno con gli aratri, rivoltandola con la razza equina
E dei volubili uccelli la schiatta cattura e fa sua preda
e delle bestie selvatiche le razze e la natante generazione del mare
l’uomo scaltro;
e doma con artifizi l’agreste
montana fiera, e il giubato
cavallo affrena chiudendogli il collo in un giogo, e il toro delle montagne infaticabile.
E il linguaggio e il pensiero emulo del vento ed a reggersi in città
apprese da sé; e degli inospitali
geli all’aperto e
delle moleste piogge a ripararsi dalle ingiurie,
l’uomo che esce da tutto. Imbarazzato, non va incontro a nessun avvenire. Ade solo
non troverà modo di scampare:
ma a malattie senza scampo seppe escogitare rimedio.
traduzione di Camillo Sbarbaro

Ecco la notizia: Bartleby era stato un impiegato subalterno nell’ufficio delle lettere smarrite a Washington, dal quale era stato all’improvviso licenziato per un cambiamento nell’amministrazione. Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come uomini morti? Pensate a un uomo, per natura e sventura, incline a una languida disperazione: esiste un lavoro più adatto ad accentuarla che maneggiare continuamente queste lettere morte e metterle in ordine per darle alle fiamme? Ogni anno ne vengono bruciate a carrettate. Qualche volta dal foglio piegato il pallido impiegato estrae un anello – il dito al quale era destinato, forse, imputridisce nella tomba; una banconota inviata in un moto di pronta carità… e colui che ne avrebbe tratto sollievo non mangia più e non soffre più la fame; parole di perdono per coloro che morirono nello sconforto; di speranza per coloro che morirono disperati; buone.Nuove per coloro che morirono soffocati da sventure inconsolabili. Apportatrici di vita, queste lettere rovinano verso la morte.
O Bartleby! O umanità!
Bartleby, lo scrivano- H.Melville
Che differenza c’é
Che differenza c’é
tra poesia e prosa?
La poesia dice troppo
in pochissimo tempo,
la prosa dice poco
e ci mette un bel po’.
C. Bukosky
Dicevi sì con la testa ma
Danilo Dolci
Dicevi sì con la testa ma
altro pensavi, mentre ti parlavano:
sei stanco, seppure sorridi,
ti senti un fiume secco –
un fiume senza l’acqua non è un fiume
ritorna fiume quando l’acqua torna,
un mare che si asciuga è una palude.
Stanco di constatare ricoperti
i pubblici delitti,
stanco di lavorare campi dove
su cento semi ne spuntano tre,
stanco di osservare ogni giorno
come trionfa la stupidità
più o meno macchinosa,
stanco di pazientare
se pazienza significa lasciare
tutto come è
mentre i fiori della vita si sperperano,
stanco
di non averti per quanto ti importa,
per comprendere, per sperimentare
da un punto solo, da precisi punti.

vi invita all’incontro di lettura
Circolo Pavese, v. del Pratello 53
di lunedì 28 maggio 2012
ore 21
partecipano alla lettura:
Rita Galbucci, Paola Padovani, Alessandro Dall’Olio
“Un uomo, quando è stanco di starsene in famiglia, esce, evade dalla noia, si ritrova con amici e coetanei; noi donne, invece, siamo costrette ad avere sotto gli occhi sempre un’unica persona. Si blatera che conduciamo una vita priva di rischi, tra le mura domestiche, mentre i maschi vanno a battersi in guerra. Che assurdità!
Preferirei cento volte combattere che partorire una volta sola.”
INGRESSO LIBERO
PROVERBIO AFRICANO
Martedì 29 maggio ore 18, presso libreria “COOP AMBASCIATORI” Via Orefici Bologna
Conduce Stefano Sacco.
FERDINANDO BALZARRO
“BAGLIORE 2 QUANDO UNA VITA NON BASTA”
Un’opera dal ritmo coinvolgente, che spazia a 360 gradi nei diversi e ancora sconosciuti profili delle Arti Marziali, ma anche della vita quotidiana, delle inevitabili scelte, dell’ostinata ricerca nei profondi abissi del sé.
Edizioni Mediterranee